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Perchè tenere in casa un Giardino Zen

Perchè tenere in casa un Giardino ZenPerchè tenere in casa un Giardino ZenPerchè tenere in casa un Giardino Zen

Perchè tenere in casa un Giardino Zen

Se hai un’attività creativa, se studi, se ti serve l’idea giusta, cerca tra gli elementi naturali.

Ascoltare il piacevole fruscio della sabbia.

Contemplare il flusso naturale dei solchi.

Ammirare la realtà attraverso i colori e le forme degli elementi primordiali.

Inventare il senso giusto, intuire attraverso la forma, agire attraverso il suono.

Controllare il movimento, gioire del proprio ritmo nella musica della vita.

La colorazione è realizzata mantenendo la naturale venatura del legno.

La sabbia speciale, bianca finissima e compatta è stata scelta e dosata con cura.

Il dosaggio della sabbia tiene conto dell’altezza dello strato di sabbia che al fine di ottenere un solco definito ed uniforme deve essere proporzionale al diametro dei denti del rastrellino.

Le pietre, frutto di lunghe ricerche, sono addattate meticolosamente ad ogni tipo di giardino.

La scelta delle pietre è in linea con i principi dell’arte del suiseki, che suddivide le forme in quattro riferimenti naturali:

acqua, legno, terra e metallo. Nel feng shui questi simboli sono a loro volta correlati ai punti cardinali ed ai colori.

Nei Sei Colori Feng-Shui:

Rosso

Augurale, simbolico, associato all’elemento fuoco, sinonimo di forza vitale, vigore, istinto e passione.

Blu

Capace di infondere calma, pace e serenità. Associato all’elemento acqua, rappresenta il cielo e la quiete.

Nero

Simbolo del benessere economico e del denaro, è associato all’elemento acqua, è particolarmente indicato negli uffici commerciali.

Giallo

Il colore del sole, associato all’elemento terra, simbolo di longevità e stabilità, induce alla speranza all’ottimismo e all’altruismo.

Verde

E’ il colore legato alla primavera, alla crescita e all’elemento legno, induce tranquillità e sicurezza.

Bianco

Simbolo di purezza, pace e rinnovamento. Ideale per creare spazi luminosi e ordinati, si lega a sentimenti di solitudine e malinconia.

Il giardino zen svolge un ruolo importante nella vita di chi se ne prende cura.

Tenerlo in ordine è un’attività fisica che regala bellezza e non richiede fatica,

un modo semplice ed essenziale per riordinare il giardino interiore, una preghiera di gesti nel silenzio della contemplazione.

Fonte: karesansui

Il desiderio di partire è nel nostro DNA

Il desiderio di partire è nel nostro DNA

Il desiderio di partire è nel nostro DNA

Lo dichiarano recenti studi scientifici che hanno dimostrato come il nostro amore per il viaggio sia ricollegato ad un derivato genetico del gene, il DRD4, che è associato ai livelli di dopamina nel cervello.
Il gene vero e proprio è stato ribattezzato “il gene della Wanderlust”, e non è presente in tutti gli esseri umani, ma soltanto al 20 per cento circa della popolazione mondiale.
In particolare è più accentuato in quelle popolazioni che storicamente sono state spinte a lunghe e continue migrazioni, come quelle africane, da cui ha avuto origine la vita umana.
Secondo uno studioso americano, infatti, sono gli africani ad essere maggiormente predisposti ad avere questo gene nel loro DNA.
Non solo, chi possiede questo gene è più predisposto al rischio a esplorare nuovi posti, cibi, idee, relazioni, droghe o opportunità sessuali.
Per qualcun altro invece non è solo questione di origini, ma anche di razza: l’uomo è più abile di qualsiasi altra specie e con il cervello più sviluppato e per questo in grado di elaborare processi immaginativi “compongono un insieme unico di tratti, fatto apposta per stimolare l’esplorazione”.
Recenti studi invece fanno risalire questo gene all’uomo di Neanderthal.

Fonte: notizie.yahoo

Questa voce è stata pubblicata il 22 luglio 2015, in Curiosità con tag .

L’albero della vita che trasforma l’aria in acqua il ” Warka Water”

L'albero della vita che trasforma l'aria in acqua

L’albero della vita che trasforma l’aria in acqua ” Warka Water”

Questa invenzione è firmata made in Italy per aiutare le persone in Etiopia
La struttura è fatta in bamboo e raccoglie l’acqua salvando la vita a migliaia di persone.
Gli inventori sono due Italiani, Arturo Vittori e Andrea Vogler dell’Architecture and Vision con il sostegno del Centro Italiano di Cultura di Addis Abeba e la EiABC (Ethiopian Institute of Architecture, Building Construction and City Development).
Il progetto Warka Water, è rivolto alle popolazioni rurali dei paesi in via di sviluppo, dove le condizioni infrastrutturali ed igieniche rendono l’accesso all’acqua potabile quasi impossibile.
Questa struttura trasforma attraverso un processo di condensazione l’umidità in acqua potabile.
L’invenzione è ingegnosa, si tratta di un albero dell’acqua, una torre alta circa dieci metri, la torre dell’acqua ha una struttura reticolare a maglia triangolare realizzata con il giunco, materiale naturale facilmente reperibile e può essere costruita facilmente dagli abitanti stessi.
All’interno della torre è inserita una rete realizzata con un tessuto speciale, polietilene tessile, in grado di raccogliere l’acqua potabile dell’aria tramite condensazione.
La struttura pesa 60 kg, è composta da 5 moduli che possono essere installati dal basso verso l’alto da 4 persone senza la necessità di ponteggi, data la sua leggerezza il sistema deve essere fissato al terreno.
“Warka Water” può raccogliere fino a 100 litri di acqua potabile al giorno.
All’esterno, una custodia consente all’aria di passare, mentre all’interno una rete di nylon raccoglie le gocce di rugiada in superficie.
La differenza di temperatura fra giorno e notte crea la condensa che scivola in un contenitore e l’acqua arriva a un rubinetto attraverso un tubo.
Il costo di ciascun Warka Water è di 360 euro e considerando che può funzionare anche nel deserto, rappresenta una soluzione per milioni di persone in Africa e non solo, che soffrono per il mancato accesso all’acqua potabile.
Per costruirlo, quattro persone impiegano dieci giorni al massimo.
Secondo il giovane architetto Arturo Vittori:”Trasformare l’aria in acqua è un processo che non ha nulla di speciale.
Lo fanno i comuni deumidificatori che abbiamo tutti in casa.
In assenza di elettricità, in questo caso si sfrutta l’escursione termica fra il giorno e la notte, come facevano gli egiziani quattromila anni fa”.
Il nome della sua invenzione deriva dal warka tree, grande albero del fico.
Il progetto ha già fatto il giro del mondo, se ne sono occupati la Cnn e Wired.
L’idea all’architetto è venuta durante un viaggio in Etiopia, dove per la scarsità delle risorse idriche a disposizione, le donne sono costrette a camminare per giorni prima di riuscire a trovare un po’ di acqua.
In particolare nelle aree montane dell’Etiopia le donne e i bambini sono costretti a percorrere lunghi percorsi a piedi per approvvigionarsi da fonti la cui sicurezza dell’acqua è compromessa dal rischio di contaminazione dovuto alla condivisione delle fonti con il bestiame. Questa situazione comporta, oltre ad un elevato rischio per la salute, un aggravio notevole di lavoro per le donne già impegnate in molteplici mansioni domestiche ed accentua l’impossibilità per i bambini e le donne stesse di accedere all’educazione scolastica. Il “Warka Water” si pone come soluzione alternativa per risolvere almeno in parte questa situazione.
Ad oggi ne sono stati realizzati quattro, ma adesso occorre passare alla fase operativa.
Ne va costruito uno in Etiopia e valutare nell’arco di un anno se i calcoli secondo cui a quelle condizioni climatiche, si possono ottenere fino a 90 litri d’acqua al giorno, sono precisi.
Per farlo ovviamente, servono fondi.
Centocinquantamila dollari da reperire attraverso il crowdfounding, la rete, visto che si tratta di un progetto che ha poco a che fare con il business.
Il costo di ciascun albero è limitato e il Warka Water è replicabile senza troppe difficoltà.
Il progetto italiano raccoglie al suo interno i segni di diverse fonti di ispirazione, che uniscono l’aspetto sociale, ecologico ed estetico.
Il nome Warka scelto per il progetto, deriva dalla lingua etiope ed identifica un grande albero di fico, che nella tradizione è simbolo di fecondità e generosità. Allo stesso tempo Warka, nella cultura pastorale etiope, designa il luogo di aggregazione e istruzione della comunità.
Purtroppo a causa del progressivo disboscamento di queste aree la scomparsa di questi alberi e dell’identità culturale ad essi legata sembra inevitabile.
Da un punto di vista ecologico, il sistema trae ispirazione dal piccolo coleottero Namib, copiando le sue strategie di adattamento al clima.
Il piccolo insetto raccoglie l’acqua del deserto facendo condensare l’umidità sul suo addome, dove si trasforma in piccole gocce, che scivolando sul dorso idrorepellente, raggiungono la bocca.
Infine, da un punto di vista estetico gli architetti si sono ispirati all’artigianato tradizionale etiope ed alle nasse tradizionali utilizzate nel Mediterraneo.
La speranza è quella di poter iniziare a diffondere nel 2015 le Warka Water nei territori rurali etiopi.
Se la raccolta avrà successo, il primo albero dell’acqua potrebbe arrivare in Africa già nel 2015 e da quel momento, la storia per le popolazioni africane potrebbe cambiare.

Fonte: ecoliving

Come si prepara “il sorbetto”

Come  si prepara "il sorbetto"
Come si prepara “il sorbetto”

Il sorbetto è un dessert semi-freddo dalla consistenza leggermente densa preparato con sciroppo di zucchero, succo o polpa di frutta, aromatizzato con liquore, spumante o vino, per chi lo preferisce leggermente alcoolico.
Il più conosciuto è quello al limone.
Per rendere i sorbetti più soffici si può aggiungere della panna montata o dell’albume montato a neve.
Può essere servito come “gelato” alla fine di un pranzo o di una cena, oppure a metà pasto.
Spesso si gusta per spezzare una cena mista con pesce e carne.
Sarebbe meglio usare frutti di stagione , ma il sorbetto viene bene anche con frutta surgelata o sciroppata.

Fonte: web

“Alexander Eben” il neo-chirurgo uscito dal coma

Alexander Eben il neochirurgo uscito dal coma

“Alexander Eben” il neo-chirurgo uscito dal coma

Si chiama Eben Alexander il neurochirurgo di Harvard, che nel 2008 è rimasto in coma per 7 giorni in seguito ad una meningite batterica da Escherichia Coli.
La sua mente scientifica non ha mai creduto nell’esistenza dell’aldilà o alle esperienze pre-morte, ma il dottore si è dovuto ricredere.
Uscito dal coma, infatti, ha raccontato di aver visto un posto “incommensurabilmente più in alto delle nuvole, popolato di esseri trasparenti e scintillanti”.
Un viaggio attraverso un mondo che egli racconta in un’intervista al Newsweek, ma che approfondisce nel suo libro di prossima uscita dal titolo eloquente: “Proof of Heaven” (“La prova del paradiso“).
Come un Dante dei nostri giorni, Eben Alexander racconta di essere stato accompagnato da una persona durante il percorso, una ragazza dai capelli biondi e dagli occhi blu che camminava su di un tappeto cosparso di colorate farfalle.
La ragazza gli parlava, dicendo frasi che sono rimaste impresse nella sua mente.
Tre sono quelle che più l’hanno colpito, “non c’è niente di cui avere paura” , “tu sei amato e accudito”, ed infine “non c’è niente che tu possa sbagliare”.
L’Aldilà esiste, eccome!

Fonte: web