Siamo tutti campioni

Siamo tutti campioni

Siamo tutti campioni

Mio padre me lo diceva tutti i giorni almeno una volta e, sentendoglielo dire, io stavo bene. Solitamente, lo diceva al mattino, prima di iniziare la giornata, in modo da darmi una buona dose di fiducia. La domenica, invece, lo diceva prima di pranzo, per farmi capire che la mia presenza a tavola ed in famiglia era importante.

Certo, non ero un giocatore di un’importante squadra di calcio, non ero uno studente modello e non avevo molto successo con le ragazze, eppure mio padre era sempre pronto a chiamarmi Campione.

Sapevo che tutti i padri chiamano i figli allo stesso modo, anche se non c’è alcun vero motivo, ma non mi importava. Mi sentivo speciale. Quella parola mi proteggeva principalmente da me stesso e dagli errori che potevo commettere, perché crescendo ne ho fatti tanti di errori, eppure mio padre continuava a darmi fiducia.

Col tempo, mi convinsi che avrei concluso qualcosa di buono nella vita, altrimenti perché meritavo tanto affetto? Non ambivo a diventare una persona famosa o esageratamente ricca, ma credevo che sarei riuscito ad ottenere una laurea ed un buon lavoro. Mi aspettavo di non trovare grandi difficoltà e che non avrei dovuto impegnarmi troppo per raggiungere i risultati che desideravo. Invece, la vita è stata difficile. I miei genitori non avevano molti soldi ed io mi sentivo diverso da tutti gli altri ragazzini che a differenza mia indossavano bei vestiti e abitavano in grandi case. A scuola, avevo difficoltà a concentrarmi e non riuscivo mai ad ottenere bei voti. Alle superiori mi hanno anche bocciato, e dal liceo sono dovuto passare ad un istituto tecnico. Poi venne la crisi economica e trovare lavoro divenne quasi impossibile.

Oramai sono passati tanti anni da quando ero un bambino, ma i miei genitori continuano a credere in me.

Quando avevo trent’anni, vivevo in un piccolo appartamento di due stanze. Facevo l’operaio in una fabbrica per mille euro al mese. Non mi mancava da mangiare e riuscivo a pagare le bollette, ma non potevo permettermi un’auto.

Io volevo di più.

Le mie speranze si erano infrante e credevo che, per tutta la vita, mio padre non avesse fatto altro che prendermi in giro e fu proprio su di lui che sfogai la mia rabbia e la mia frustrazione. Una sera andai a casa sua e gli dissi che mi aveva fatto credere di essere una persona speciale. Mi aveva illuso ed ormai era tardi per rendersene conto. Rimase male nel sentire quelle parole e da quella sera lo incontrai di rado.

Dopo cinque anni, continuavo a lavorare nella stessa fabbrica e vivevo nello stesso appartamento, sapendo che vi sarei rimasto per il resto della mia vita.

Ad interrompere la mia monotonia ci pensò un macchinario della fabbrica che iniziò a funzionare male. I dirigenti pensarono di dover chiamare un tecnico esterno per ripararla, ma io dissi loro che ero capace di aggiustarla, che era uno strumento abbastanza vecchio e che a scuola mi avevano insegnato come applicare una corretta manutenzione. I miei capi rimasero molto colpiti e mi lasciarono riparare la macchina.

Qualche giorno dopo mi dissero che avevano controllato la mia produttività e che ero uno dei loro migliori dipendenti. Mi offrirono quindi una promozione a capo-reparto ed un aumento di stipendio di duecento euro. Era una buona offerta ed io ne fui felice. Dopotutto, avevo ottenuto qualcosa di buono.

I miei nuovi compiti comprendevano il funzionamento dei macchinari e la responsabilità sulla produzione di altri dipendenti. E svolsi bene i miei incarichi perché, dopo qualche mese, i dirigenti mi dissero che in un paio di anni si sarebbe liberato un posto come capo-produzione ed io ero il miglior candidato.

Finalmente, qualcosa andava bene ed io mi sentivo più felice.

Tornai da mio padre, che non vedevo da qualche mese, per chiedergli scusa e dire che avevo sbagliato a colpevolizzarlo per i miei insuccessi. Lui mi disse che non era arrabbiato, anzi, riusciva a capire i motivi dei miei comportamenti. Il rapporto con lui migliorò molto.

Adesso lo so e riesco ad ammetterlo: io non sono un campione. Nella vita, però, avrò sempre l’appoggio di mio padre.

Di Armando Alfieri

Fonte: raccontioltre