Enola Gay sgancia “Little Boy”

Enola Gay sgancia "Little Boy"
Enola Gay sgancia “Little Boy”

6 agosto 1945.
Alle 08.14 e 45 secondi, l’Enola Gay sgancia «Little Boy» sul centro di Hiroshima .
che esplode a 580 metri da terra sviluppando una potenza stimata di circa 15 kiloton, pari a 15 mila tonnellate di tritolo.
L’esplosione uccise sul colpo tra le 70 000 e le 80 000 persone.

Il cielo su Hiroshima si accese di una luce abbagliante, seguì un’immane deflagrazione: per i giapponesi fu “pikadon” l’esplosione accecante.
Il bombardiere americano “Enola Gay” aveva sganciato sulla città un ordigno atomico che verrà poi replicato tre giorni dopo su Nagasaki
Quarantatré secondi dopo la bomba raggiunse l’altezza prevista per l’esplosione: 580 metri sopra il livello del mare.

Alle ore 8.16 minuti esatti il meccanismo di sparo si attivò e all’interno della bomba il proiettile di uranio
sub-critico venne sparato contro l’altra massa di uranio in fondo alla bomba, innescando la reazione a catena.
In circa un milionesimo di secondo la bomba raggiunse una temperatura di diversi milioni di gradi, superiore
a quella che si trova all’interno del nucleo del sole. Dopo circa un decimo di secondo la bomba non c’era più e
al suo posto nel cielo di Hiroshima si era formata una palla di fuoco con un diametro
di quindici metri e una temperatura superficiale di circa 300 mila gradi.

Il primo effetto della bomba fu una pioggia di radiazioni che cadde in un raggio di 2 km dal punto dell’esplosione.
Essere colti all’aperto e a poche centinaia di metri dal punto dell’esplosione significava morire quasi istantaneamente,
mentre fino a un paio di chilometri la dose di radiazioni era sufficiente a uccidere dopo qualche settimana di terribili sofferenze.
Non furono in molti ad avere il tempo di essere uccisi in questo modo: dopo due decimi di secondo dall’esplosione
la bomba emise un enorme ammontare di onde elettromagnetiche infrarosse.

Enola Gay sgancia "Little Boy"
Era il famoso “flash”, che venne visto a decine di chilometri di distanza e consumò il 35% di tutta l’energia dell’esplosione.
A seicento metri il flash era tanto forte da incendiare qualunque cosa fosse combustibile.
A un paio di chilometri di distanza era ancora abbastanza intenso da accecare e infliggere ustioni di terzo grado.
Le superfici chiare riflettevano più luce di quelle scure e molti cittadini di Hiroshima subirono ustioni che seguivano le fantasie e i disegni dei loro vestiti.

L’equipaggio dell’Enola Gay era stato dotato di speciali occhiali per evitare di rimanere accecato,
ma Tibbets ricordò di essere stato sopraffatto dall’intensità del flash anche se ormai dava la schiena all’esplosione.
La luce era così forte che la percepì persino nella bocca: “Sapeva di piombo”, raccontò.
In un raggio di seicento metri la pressione fu così intensa da sbriciolare gli edifici di acciaio e cemento.

Il 9 agosto, alle 11.02 ora locale, un altro bombardiere americano,
il “Bockscar”, colpisce la città di Nagasaki (anche se l’obiettivo primaria era Kokura).
con una bomba al plutonio soprannominata Fat Man, la cui esplosione libera una potenza di circa 21 kiloton.
Il 15 agosto il Giappone si arrendeva.

Fonte: web

C’è un paio di scarpette rosse n 24

C'è un paio di scarpette rosse n 24
C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”.
C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantile
a Buckenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’ eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.
C’è un paio di scarpette rosse
a Buckenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.
-Joice Lussu-
Fonte: web

Superai la lezione per tre volte- Liliana Segre

Superai la lezione per tre volte-  Liliana Segre
“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili.
Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista.
Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare.
Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata.
Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere.
Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro.
Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza.
Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno.
Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere.
Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico.
Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro.
Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti.
Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva!
Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine.
Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni.
Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio.
Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione.
Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo.
Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci.
Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio.
Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere.
Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio.
Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me.
Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci.
Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo.
Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano.
Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Tratto da “Fino a quando la mia stella brillerà”

Liliana Segre

Fonte: web

Battisti-Mogol

 Battisti-Mogol
Sono trascorsi 20 anni dalla morte di Lucio Battisti, stroncato da una malattia a 55 anni .

Quando si pensa al cantante di Poggio Bustone (Rieti), vengono in mente due aspetti di non poca importanza: il suo carattere schivo e, soprattutto, il duetto con Mogol. Dalla personalità enigmatica, che talvolta esprimeva nei suoi brani musicali, Battisti si è sempre negato alla visibilità mediatica, tanto famelica da metterlo a disagio in televisione, dal vivo quando si esibiva col pubblico.
Per un gioco del caso, l’anniversario della scomparsa di uno dei geni assoluti della musica italiana coincide con la notizia che potrebbe avviarsi a una soluzione definitiva la complicata vicenda legale che ha come oggetto i diritti dei 12 album più amati e conosciuti della carriera di Battisti: quelli incisi con i testi di Mogol.

Come spiega Ansa, infatti, il Tribunale di Milano si è rivolto in questi giorni all’avvocato Gaetano Maria Giovanni Presti affinché utilizzi “tutti i poteri di legge volti alla miglior liquidazione della società, nessuno escluso, che eserciterà nella sua piena discrezionalità e responsabilità senza necessità di autorizzazione alcuna dei soci, compresa la possibilità di concedere licenze di sfruttamento economico delle opere anche online“.
 Battisti-Mogol
Cosa conta di più, il testo o la musica? E’ l’insieme delle due cose che fa di essa un brano di successo.
La forza della canzone, l’unione di due anime espressive che non possono vivere una senza l’altra. Una forma di poesia sonica, che tra gli anni 60 e la fine dei 70 ha comunicato il mondo e il desiderio del cuore dell’uomo come nessuna altra forma di comuhttps://youtu.be/UKYohc4P21cnicazione.

La sua ultima, storica apparizione alla tv italiana è datata 23 aprile 1972: il programma è “Studio 10”, dopo aver presentato in playback “I giardini di marzo” si lancia in un duetto con Mina che resta uno dei momenti più alti della tv e della musica italiana. Qualche anno dopo sceglierà la via della chiusura totale a incontri, interviste, esibizioni lasciando parlare solo i suoi dischi. Il resto è stato, fino alla fine, impenetrabile riservatezza.

“Anche per te, La collina dei ciliegi, Il mio canto libero, Innocenti evasioni, La canzone del sole, Pensieri e parole, I giardini di marzo ed Emozioni: alcuni dei brani più famosi racchiudono il connubio perfetto tra musica e parole. Musica e parole” semplicemente: Battisti- Mogol.
Fonte: web

Fonte: YouTube