Aqua Aura si crea quando ai Cristalli di Rocca o Quarzo Ialino viene infuso dell’oro. Il trattamento avviene in una camera pressurizzata ad altissime temperature che condensano il metallo prezioso sulla superficie del cristallo di quarzo, per formare con esso un legame permanente. Combinando le vibrazioni del quarzo con l’oro,... Continua »

Crostata di ricotta light

Crostata di ricotta light
Ingredienti per l’impasto:
Farina 00 o Farina per dolci
3 uova
mezzo bicchiere di olio di oliva
1 bustina di vanillina
1 bustina di lievito
3 – 4 cucchiai di zucchero (va bene anche lo zucchero di canna)

Ingrediente principale:
500 g di ricotta di mucca ( la più magra )

Preparazione dell’ impasto:

Prendere 300 g di farina e la distribuire a fontana
Al centro mettere 3 – 4 albumi e rossi di uovo e sbattere le uova facendole diventare quasi una crema liquida.
Sempre al centro mettere mezzo bicchiere abbondante di olio di oliva e sbattere.
Aggiungere la busta di vanillina , il lievito e sbattere ancora.

In fine aggiungiamo 3 – 4 cucchiai di zucchero.
Impastare bene fino a far diventare l’impasto abbastanza morbido.

Preparazione della ricotta:

Mettere la ricotta di 500 g in un recipiente
2 – 3 uova
4 cucchiai di zucchero
amalgamare bene fino a far diventare morbido il composto.

Mettere un goccio di olio in una teglia , spennelliamo la teglia sulla base e lungo i bordi , poi mettiamo un velo di farina per non fare attaccare il composto.

Mettere una parte di impasto sulla teglia e distribuirlo bene.
Deve essere alto almeno mezzo cm, poi distribuire il composto della ricotta preparato precedentemente.
Più ricotta c’è, meglio è. Basta regolarsi con le dosi.

Preparare delle striscioline con una parte del composto da posizionare sia in verticale che in orizzontale.

Per rendere la crostata più croccante
spalmare con un pennello per alimenti un po’ di rosso d’uovo sulle strisce

Mettere la Crostata in forno a 150 gradi per 20
minuti (sopra e sotto); quando la crostata comincerà a colorire
impostare il forno a livello sotto sempre a 150 gradi e cuocere per altri 20 minuti.

Lasciare raffreddare e cospargere con zucchero a velo (facoltativo)

Ricetta di mia sorella Agata

L’addio de Le Iene a Nadia Toffa

L'addio de Le Iene a Nadia Toffa
E forse ora qualcuno potrebbe pensare che hai perso, ma chi ha vissuto come te, NON PERDE MAI.
Hai combattuto a testa alta, col sorriso, con dignità e sfoderando tutta la tua forza, fino all’ultimo, fino a oggi.
D’altronde nella vita hai lottato sempre.
Hai lottato anche quando sei arrivata da noi, e forse è per questo che ci hai conquistati da subito. È stato un colpo di fulmine con te, Toffa.
È stato tanto facile piacersi, inevitabile innamorarsi, ed è proprio per questo che è così difficile lasciarsi.
Il destino, il karma, la sorte, la sfiga ha deciso di colpire proprio te, la NOSTRA Toffa, la più tosta di tutti, mentre qualcuno non credeva alla tua lotta, noi restavamo in silenzio e tu sorridevi.

Sei riuscita a perdonare tutti, anche il fato, e forse anche il mostro contro cui hai combattuto senza sosta… il cancro,
che fino a poco tempo fa tutti chiamavano timidamente “IL male incurabile” e che, anche grazie alla tua battaglia, adesso ha un nome proprio.
“Non bisogna vergognarsi di guardarlo in faccia e chiamarlo per nome il bastardo, – dicevi – che magari si spaventa un po’ se lo guardi fisso negli occhi”.

E dato che sei stata in grado di perdonare l’imperdonabile, cara Nadia, non ci resta che sperare con tutto il cuore che tu sia riuscita a perdonare anche noi,
che non siamo stati in grado di aiutarti quanto avremmo voluto.
Ed ecco le Iene che piangono la loro dolce guerriera, inermi davanti a tutto il dolore e alla consapevolezza che solo il tuo sorriso, Nadia, potrebbe consolarci,
solo la tua energia e la tua forza potrebbero farci tornare ad essere quelli di sempre.
Niente per noi sarà più come prima.

– Le Iene

Fonte: web

Enola Gay sgancia “Little Boy”

Enola Gay sgancia "Little Boy"
Enola Gay sgancia “Little Boy”

6 agosto 1945.
Alle 08.14 e 45 secondi, l’Enola Gay sgancia «Little Boy» sul centro di Hiroshima .
che esplode a 580 metri da terra sviluppando una potenza stimata di circa 15 kiloton, pari a 15 mila tonnellate di tritolo.
L’esplosione uccise sul colpo tra le 70 000 e le 80 000 persone.

Il cielo su Hiroshima si accese di una luce abbagliante, seguì un’immane deflagrazione: per i giapponesi fu “pikadon” l’esplosione accecante.
Il bombardiere americano “Enola Gay” aveva sganciato sulla città un ordigno atomico che verrà poi replicato tre giorni dopo su Nagasaki
Quarantatré secondi dopo la bomba raggiunse l’altezza prevista per l’esplosione: 580 metri sopra il livello del mare.

Alle ore 8.16 minuti esatti il meccanismo di sparo si attivò e all’interno della bomba il proiettile di uranio
sub-critico venne sparato contro l’altra massa di uranio in fondo alla bomba, innescando la reazione a catena.
In circa un milionesimo di secondo la bomba raggiunse una temperatura di diversi milioni di gradi, superiore
a quella che si trova all’interno del nucleo del sole. Dopo circa un decimo di secondo la bomba non c’era più e
al suo posto nel cielo di Hiroshima si era formata una palla di fuoco con un diametro
di quindici metri e una temperatura superficiale di circa 300 mila gradi.

Il primo effetto della bomba fu una pioggia di radiazioni che cadde in un raggio di 2 km dal punto dell’esplosione.
Essere colti all’aperto e a poche centinaia di metri dal punto dell’esplosione significava morire quasi istantaneamente,
mentre fino a un paio di chilometri la dose di radiazioni era sufficiente a uccidere dopo qualche settimana di terribili sofferenze.
Non furono in molti ad avere il tempo di essere uccisi in questo modo: dopo due decimi di secondo dall’esplosione
la bomba emise un enorme ammontare di onde elettromagnetiche infrarosse.

Enola Gay sgancia "Little Boy"
Era il famoso “flash”, che venne visto a decine di chilometri di distanza e consumò il 35% di tutta l’energia dell’esplosione.
A seicento metri il flash era tanto forte da incendiare qualunque cosa fosse combustibile.
A un paio di chilometri di distanza era ancora abbastanza intenso da accecare e infliggere ustioni di terzo grado.
Le superfici chiare riflettevano più luce di quelle scure e molti cittadini di Hiroshima subirono ustioni che seguivano le fantasie e i disegni dei loro vestiti.

L’equipaggio dell’Enola Gay era stato dotato di speciali occhiali per evitare di rimanere accecato,
ma Tibbets ricordò di essere stato sopraffatto dall’intensità del flash anche se ormai dava la schiena all’esplosione.
La luce era così forte che la percepì persino nella bocca: “Sapeva di piombo”, raccontò.
In un raggio di seicento metri la pressione fu così intensa da sbriciolare gli edifici di acciaio e cemento.

Il 9 agosto, alle 11.02 ora locale, un altro bombardiere americano,
il “Bockscar”, colpisce la città di Nagasaki (anche se l’obiettivo primaria era Kokura).
con una bomba al plutonio soprannominata Fat Man, la cui esplosione libera una potenza di circa 21 kiloton.
Il 15 agosto il Giappone si arrendeva.

Fonte: web

Perdonaci se qualcuno qui ti ha rotto i cabbasisi

Perdonaci se qualcuno qui ti ha rotto i cabbasisi

Con te, si spegne una pagina di sicilianità pura.
Tu ci hai raccontati e riscattati da un’immagine cinematografica fatta di donne sotto scialli di lana e uomini con la lupara sotto braccio.
Hai creato nuove parole, nuovi volti, nuovi tempi e nuovi spazi.

Con te, il nostro dialetto è diventato una lingua nazionale. Si è trasformato da scarna pietra a capitello barocco.
Barocco come barocco è il cuore pulsante dei tuoi personaggi e come barocca è la natura dei luoghi che hanno ospitato le tue narrazioni.

Tu con la tua Sicilia ci hai fatto l’amore come un uomo fa l’amore con la sua sposa.
Ce l’hai consegnata pura ed elegante come solo i più grandi hanno saputo fare.
Non l’hai mai trattata come una prostituta che, per pochi spicci, si vendeva al tuo genio. No.
Tu hai disegnato una terra, bella e testarda; intrigante e colorata; tagliente e sinuosa; scoscesa e sorniona; sensuale e timida; cattiva e onesta; accorata e vera.
Una Sicilia che era una femmina speciale, alla quale portare rispetto e da trattare con devozione immacolata.

Con una penna, hai ricreato un universo diverso fatto di sole che non brucia, fichi d’india che non pungono e mare che non annega.
Hai colorato arancini e zagare; hai intrecciato reti di pescatori e trame; hai ucciso personaggi e preconcetti.

Tu, andando fuori dalla nostra isola, ne hai potuto fotografare i contorni più nitidi e puliti.
Hai potuto guardarla con l’autorevolezza e il rigore di un padre che ama la sua creatura.
Sei stato irremovibile ma non caino.
Duro ma mai feroce.
E ci hai regalato dignità diversa, nuove tonalità di caldo estivo e nuove piogge all’odore di salsedine.

Tu sei andato via da Girgenti ma sei sempre rimasto un siciliano, ancorato alla sua terra.
L’hai esplorata da lontano, affidandola al cuore di un figlio che avevi plasmato con l’inchiostro e con la cellulosa.

C’eri tu dietro gli occhi severi e limpidi del tuo amato Montalbano. C’eri tu dietro le sue gambe forti e scattanti.
C’eri tu dietro i suoi modi duri e la sua pelata cotta al sole.
Ci sei sempre stato tu su quella terrazza a guardare le onde, solo che lo hai fatto con gli occhi di Salvo, più lucidi dei tuoi, e ci sei sempre stato tu anche dentro un piatto di sarde a beccafico e un vassoio di cannoli.

Non lo so cosa pensa il commissario ora che tu non puoi suggerirgli più le parole ma, di sicuro, se esiste un universo parallelo che accoglie i personaggi che rimangono senza il loro creatore, so che lui è lì: a sentire, per te, “u scrusciu d’u mari” e ad ascoltare silenzi pieni di gratitudine e viscerale, immenso amore da destinarti, Andrea.

Senza di te, se ne va un pezzo del suo amore più grande: se ne va un pezzo della sua Uno; un pezzo di Punta Secca; un pezzo delle sue scarpe logorate dalla polvere.
Si perdono i confini del suo volto, delle sue azioni, delle sue voglie.
Se ne va Adelina, un faro sulla sabbia, una trattoria sul mare, Livia e tutte le vite che si sono intrecciate alla sua, fino a ora.

Io lo immagino Montalbano in questo limbo senza Dio.
È sulla battigia.
Guarda l’andirivieni delle onde.
È un Adamo senza un padre al quale somigliare; un uomo creato da una penna che non può più aggrapparsi ai capoversi; un insieme di righe e spazi bianchi senza una pagina su cui distendersi.

Accanto al tuo primogenito, ci sono tutti gli altri.
C’è Mimì Augello, ad esempio.
In qualche modo, sei stato anche lui.
Ti sei innestato nella sua passione sconfinata per la bellezza; nelle sue risposte pungenti, nella sua vanità sarcastica e nella sua eleganza semplice e senza tempo.
E poi, ti sei fatto piccolo piccolo e ti sei rannicchiato nell’ arguzia di Fazio, nel suo prevedere le domande, nella sua sapiente e quasi fastidiosa preparazione che però, mai sconfinava in saccenza.
Eri anche in Catarella.
Eri dentro la lingua strampalata del tuo personaggio più buffo.
C’eri tu dentro le porte chiuse male, le telefonate improbabili e quei simpatici fraintendimenti che tante risate ci hanno lasciato.

Loro erano te e tu eri loro e, tramite loro, ti sei regalato un’eterna Genesi dentro il tempo.

Grazie Camilleri.
Per essere stato il cantore di una Sicilia nuova e per averci regalato un nuovo orgoglio e una nuova consapevolezza su tutto il bello di cui siamo capaci, come siciliani.

Grazie mille per aver fatto un lavoro di scrittura che ci  ha riscattati da anni di fiction ignobili e inutili volte a deturpare persino la nobile lingua che parliamo, fino a farla diventare una macchietta.
Grazie per aver ridato il giusto colore ai limoni e alle arance, alle ginestre e alle spine, al male e al bene.

Grazie per aver protetto le nostre radici e le nostre contraddizioni, senza giustificarle ma, semplicemente, raccontandole nella verità delle loro origini.

Grazie maestro e custode della nostra verace gioia, per averci voluto così bene.
Noi siciliani, parlando di te, avremo sempre un rispetto raro perché oggi la Sicilia perde un cantore della sua essenza, un poeta della sua semplicità e due occhi saggi e fieri che, anche al buio, hanno saputo vedere più lontano e più in profondità di tanti altri.

Perdonaci se qualcuno qui ti ha rotto i cabbasisi; salutaci il dottor Pasquano che tanto hai amato e, adesso, con nuove pupille, goditi il meritato cielo.
So che saprai raccontarlo con parole, originali e bellissime, anche agli angeli che già lo conoscono e, magari, tra una storia su una nuvola e un aneddoto sul sole, troverai un momento per parlare ai cherubini di un certo Salvo che, adesso, lavora, col cuore spezzato, in un commissariato di Vigata.
Gli parlerai di quanto ti somigli e di quanto coraggio hai avuto a lasciarlo andare perché ti sopravvivesse.
A riprova che gli scrittori non muoiono mai, veramente e i Re di Girgenti, come te, segnano profondamente la storia camminando su passi lievi e pensieri leggeri come la brezza marina.

Di Sofia Muscato