L’addio de Le Iene a Nadia Toffa

L'addio de Le Iene a Nadia Toffa
E forse ora qualcuno potrebbe pensare che hai perso, ma chi ha vissuto come te, NON PERDE MAI.
Hai combattuto a testa alta, col sorriso, con dignità e sfoderando tutta la tua forza, fino all’ultimo, fino a oggi.
D’altronde nella vita hai lottato sempre.
Hai lottato anche quando sei arrivata da noi, e forse è per questo che ci hai conquistati da subito. È stato un colpo di fulmine con te, Toffa.
È stato tanto facile piacersi, inevitabile innamorarsi, ed è proprio per questo che è così difficile lasciarsi.
Il destino, il karma, la sorte, la sfiga ha deciso di colpire proprio te, la NOSTRA Toffa, la più tosta di tutti, mentre qualcuno non credeva alla tua lotta, noi restavamo in silenzio e tu sorridevi.

Sei riuscita a perdonare tutti, anche il fato, e forse anche il mostro contro cui hai combattuto senza sosta… il cancro,
che fino a poco tempo fa tutti chiamavano timidamente “IL male incurabile” e che, anche grazie alla tua battaglia, adesso ha un nome proprio.
“Non bisogna vergognarsi di guardarlo in faccia e chiamarlo per nome il bastardo, – dicevi – che magari si spaventa un po’ se lo guardi fisso negli occhi”.

E dato che sei stata in grado di perdonare l’imperdonabile, cara Nadia, non ci resta che sperare con tutto il cuore che tu sia riuscita a perdonare anche noi,
che non siamo stati in grado di aiutarti quanto avremmo voluto.
Ed ecco le Iene che piangono la loro dolce guerriera, inermi davanti a tutto il dolore e alla consapevolezza che solo il tuo sorriso, Nadia, potrebbe consolarci,
solo la tua energia e la tua forza potrebbero farci tornare ad essere quelli di sempre.
Niente per noi sarà più come prima.

– Le Iene

Fonte: web

Perdonaci se qualcuno qui ti ha rotto i cabbasisi

Perdonaci se qualcuno qui ti ha rotto i cabbasisi

Con te, si spegne una pagina di sicilianità pura.
Tu ci hai raccontati e riscattati da un’immagine cinematografica fatta di donne sotto scialli di lana e uomini con la lupara sotto braccio.
Hai creato nuove parole, nuovi volti, nuovi tempi e nuovi spazi.

Con te, il nostro dialetto è diventato una lingua nazionale. Si è trasformato da scarna pietra a capitello barocco.
Barocco come barocco è il cuore pulsante dei tuoi personaggi e come barocca è la natura dei luoghi che hanno ospitato le tue narrazioni.

Tu con la tua Sicilia ci hai fatto l’amore come un uomo fa l’amore con la sua sposa.
Ce l’hai consegnata pura ed elegante come solo i più grandi hanno saputo fare.
Non l’hai mai trattata come una prostituta che, per pochi spicci, si vendeva al tuo genio. No.
Tu hai disegnato una terra, bella e testarda; intrigante e colorata; tagliente e sinuosa; scoscesa e sorniona; sensuale e timida; cattiva e onesta; accorata e vera.
Una Sicilia che era una femmina speciale, alla quale portare rispetto e da trattare con devozione immacolata.

Con una penna, hai ricreato un universo diverso fatto di sole che non brucia, fichi d’india che non pungono e mare che non annega.
Hai colorato arancini e zagare; hai intrecciato reti di pescatori e trame; hai ucciso personaggi e preconcetti.

Tu, andando fuori dalla nostra isola, ne hai potuto fotografare i contorni più nitidi e puliti.
Hai potuto guardarla con l’autorevolezza e il rigore di un padre che ama la sua creatura.
Sei stato irremovibile ma non caino.
Duro ma mai feroce.
E ci hai regalato dignità diversa, nuove tonalità di caldo estivo e nuove piogge all’odore di salsedine.

Tu sei andato via da Girgenti ma sei sempre rimasto un siciliano, ancorato alla sua terra.
L’hai esplorata da lontano, affidandola al cuore di un figlio che avevi plasmato con l’inchiostro e con la cellulosa.

C’eri tu dietro gli occhi severi e limpidi del tuo amato Montalbano. C’eri tu dietro le sue gambe forti e scattanti.
C’eri tu dietro i suoi modi duri e la sua pelata cotta al sole.
Ci sei sempre stato tu su quella terrazza a guardare le onde, solo che lo hai fatto con gli occhi di Salvo, più lucidi dei tuoi, e ci sei sempre stato tu anche dentro un piatto di sarde a beccafico e un vassoio di cannoli.

Non lo so cosa pensa il commissario ora che tu non puoi suggerirgli più le parole ma, di sicuro, se esiste un universo parallelo che accoglie i personaggi che rimangono senza il loro creatore, so che lui è lì: a sentire, per te, “u scrusciu d’u mari” e ad ascoltare silenzi pieni di gratitudine e viscerale, immenso amore da destinarti, Andrea.

Senza di te, se ne va un pezzo del suo amore più grande: se ne va un pezzo della sua Uno; un pezzo di Punta Secca; un pezzo delle sue scarpe logorate dalla polvere.
Si perdono i confini del suo volto, delle sue azioni, delle sue voglie.
Se ne va Adelina, un faro sulla sabbia, una trattoria sul mare, Livia e tutte le vite che si sono intrecciate alla sua, fino a ora.

Io lo immagino Montalbano in questo limbo senza Dio.
È sulla battigia.
Guarda l’andirivieni delle onde.
È un Adamo senza un padre al quale somigliare; un uomo creato da una penna che non può più aggrapparsi ai capoversi; un insieme di righe e spazi bianchi senza una pagina su cui distendersi.

Accanto al tuo primogenito, ci sono tutti gli altri.
C’è Mimì Augello, ad esempio.
In qualche modo, sei stato anche lui.
Ti sei innestato nella sua passione sconfinata per la bellezza; nelle sue risposte pungenti, nella sua vanità sarcastica e nella sua eleganza semplice e senza tempo.
E poi, ti sei fatto piccolo piccolo e ti sei rannicchiato nell’ arguzia di Fazio, nel suo prevedere le domande, nella sua sapiente e quasi fastidiosa preparazione che però, mai sconfinava in saccenza.
Eri anche in Catarella.
Eri dentro la lingua strampalata del tuo personaggio più buffo.
C’eri tu dentro le porte chiuse male, le telefonate improbabili e quei simpatici fraintendimenti che tante risate ci hanno lasciato.

Loro erano te e tu eri loro e, tramite loro, ti sei regalato un’eterna Genesi dentro il tempo.

Grazie Camilleri.
Per essere stato il cantore di una Sicilia nuova e per averci regalato un nuovo orgoglio e una nuova consapevolezza su tutto il bello di cui siamo capaci, come siciliani.

Grazie mille per aver fatto un lavoro di scrittura che ci  ha riscattati da anni di fiction ignobili e inutili volte a deturpare persino la nobile lingua che parliamo, fino a farla diventare una macchietta.
Grazie per aver ridato il giusto colore ai limoni e alle arance, alle ginestre e alle spine, al male e al bene.

Grazie per aver protetto le nostre radici e le nostre contraddizioni, senza giustificarle ma, semplicemente, raccontandole nella verità delle loro origini.

Grazie maestro e custode della nostra verace gioia, per averci voluto così bene.
Noi siciliani, parlando di te, avremo sempre un rispetto raro perché oggi la Sicilia perde un cantore della sua essenza, un poeta della sua semplicità e due occhi saggi e fieri che, anche al buio, hanno saputo vedere più lontano e più in profondità di tanti altri.

Perdonaci se qualcuno qui ti ha rotto i cabbasisi; salutaci il dottor Pasquano che tanto hai amato e, adesso, con nuove pupille, goditi il meritato cielo.
So che saprai raccontarlo con parole, originali e bellissime, anche agli angeli che già lo conoscono e, magari, tra una storia su una nuvola e un aneddoto sul sole, troverai un momento per parlare ai cherubini di un certo Salvo che, adesso, lavora, col cuore spezzato, in un commissariato di Vigata.
Gli parlerai di quanto ti somigli e di quanto coraggio hai avuto a lasciarlo andare perché ti sopravvivesse.
A riprova che gli scrittori non muoiono mai, veramente e i Re di Girgenti, come te, segnano profondamente la storia camminando su passi lievi e pensieri leggeri come la brezza marina.

Di Sofia Muscato

Troisi e la sua controfigura

Troisi e la sua controfigura
«Troisi mi guardò per la prima volta, mi sorrise e mi abbracciò: “E tu solo mo’ ti fai vedere?”».

Credo che il ricordo più commovente di Massimo l’abbia lasciato l’uomo fisicamente meno titolato a farlo.

Quello che c’era quando lui mancava, quello che mancava quando lui ci poteva essere: Gerardo, la sua controfigura.

Gerardo era un ventenne di Sapri, che in qualche modo somigliava a Troisi.

Aveva il volto della commedia e quello della tragedia assieme, ma non riuscivi mai a capire quale stesse indossando in quel preciso momento.

Fu contattato dalla produzione de Il Postino, alla ricerca di qualcuno che sostituisse nelle scene più pesanti un Massimo sempre più stanco e affaticato.

Per un mese buono fu il suo «doppio». Era quello che pedalava sotto il sole di Procida, o si fermava ad ammirare il tramonto in cima alla collina, con quella bici tra le mani.

Durante le riprese sua moglie Elena rimase incinta. Massimo si avvicinava a sua moglie e «giocava con il copione del film: “Come sta Pablito?

Mi raccomando, lo dobbiamo chiamare Pablito”, che era il nome del figlio del Postino».

L’ultimo ciak fu il 3 giugno. Massimo li salutò così: «Vi amo tutti, non dimenticatevi di me».

Il giorno dopo morì.

Oggi Gerardo ha 25 anni in più, una carriera da insegnante di educazione fisica, un bed and breakfast a Sapri e nessun altro ricordo dal mondo del cinema.

Ha solo un libro di Neruda, che Massimo gli regalò prima di morire, con una dedica:

«A Gerardo, per la pazienza e l’abnegazione con le quali ha reso più piacevole e meno faticoso il mio lavoro».

Aver reso meno faticoso il suo lavoro, «l’onore più bello».

Ha pure quel figlio nato poco dopo la morte di Troisi. Non l’ha chiamato Pablito.

D’accordo con sua moglie, 25 anni fa, decise di chiamarlo Massimo.

di Andrea Scanzi

Fonte: web

Non diventerò una stella,diventerò una leggenda

Non diventerò una stella,diventerò una leggenda
Si può essere tutto ciò che si vuol essere, basta trasformarsi in tutto ciò che si pensa di poter essere!
Non diventerò una stella,diventerò una leggenda!
Voglio essere il Rudolf Nureiev del rock n’roll.
Se avessi voluto dei bambini sarei andato da Harrods e ne avrei comprato uno.
Vendono di tutto li. Se ne prendi 2, ti regalano anche la tata!
Non mi sono mai sentito il leader dei Queen.
La persona più importante,forse…Ho sempre saputo di essere una star, ora tutto il mondo è d’accordo con me.
Se alla gente non piace quello che facciamo mi dispiace, soprattutto perchè siamo la migliore rock-band del momento.
Non sono uno di quelli ossessionati dalle celebrità.Come potrei esserlo? Sono io una celebrità!
Non so perchè vogliono che ci ispiriamo alla musica di altre band.
I Queen sono troppo grandi per farlo!
Il successo mi ha portato miliardi e fama mondiale, ma non quello di cui tutti abbiamo bisogno: un rapporto d’amore.
La storia d’amore tra me e Mary Austin è finita in lacrime, ma ne è nato uno stretto legame, e si tratta di qualcosa che nessuno può portarci via.
E’ fuori portata… Tutti i miei amanti mi chiedono perché mai non possano sostituirla, ma è semplicemente impossibile.
La sola amica che ho è Mary e non ne voglio altre.
Potrei avere tutti i problemi del mondo, ma avrei Mary, e questo me li farebbe superare.
Per quanto mi riguarda è come se fosse mia moglie secondo la legge davvero, è proprio come un matrimonio.
Crediamo l’uno nell’altra, e questo ci basta.
Non potrei innamorarmi di un uomo allo stesso modo in cui mi sono innamorato di Mary.

Freddie Mercury

Fonte: web

E’ morto il grande Pino Caruso

E' morto il grande Pino Caruso
Palermo 12 ottobre 1934
Roma 7 marzo 2019
Pino Caruso, Attore eccellente e affermato scrittore.

Caruso è stato uno degli attori siciliani più noti in televisione e al cinema assieme a Franchi e Ingrassia ,
Lando Buzzanca, simboli di Palermo.

Il sindaco Leoluca Orlando gli ha reso omaggio con un post su Facebook: “Ciao Pino. Lasci in tutti noi un grande dolore,
ma certamente anche l’orgoglio di averti conosciuto e di aver condiviso un pezzo importante della nostra strada.
Palermo perde un concittadino straordinario, un uomo, un artista che ha contribuito alla rinascita della città,
con la sua cultura, la sua ironia, la sua sagacia”.

“Gli italiani (siciliani compresi) resistono a tutto, soprattutto ai miglioramenti.”
“In Sicilia abbiamo tutto, ci manca il resto.”
“Tutti gli uomini sono uguali, tranne i razzisti che sono inferiori.”

-Pino Caruso-

Fonte : web