Non chiamatela “cosa nostra” perchè non è cosa mia

Non chiamatela "cosa nostra" perchè non è cosa mia
Ricordo ancora quei momenti,avevo solo 10 anni.
Eravamo tornati dalla spesa del sabato, quando squilla il telefono di casa,mio zio in lacrime ed angosciato, lui poliziotto ci chiede di accendere la tv e guardare il TG
Immagini confuse, fumo, cumuli di macerie, voragine, distruzione,disperazione, la disperazione di quegli agenti sul posto, con le mani ai capelli, consapevoli che la Bestia
(non la chiamerò cosa nostra, perché non è mia) doveva essere davvero disperata per colpire in quella maniera, si era passati al terrorismo.
La televisione dava ancora qualche barlume di speranza riferendo che Falcone non era ancora morto, era grave…. e allora la speranza cresceva,forse la Bestia non era riuscita del tutto nel suo intento,
fino all’edizione speciale in cui annunciava anche la morte di Falcone. La Bestia aveva colpito ed affondato, ma quella voragine sull’asfalto è diventata la voragine nelle coscienze delle persone,
non tutte in realtà e purtroppo, quei detriti hanno colpito in faccia tutte le persone che guardavano attonite la tv., ed io bimba di 10 anni, cresciuta non nella Palermo bene,
in un rione di periferia già minato dalle sue difficoltà, in quel piazzale in cui diversi anni dopo la Bestia colpirà anche Don Pino Puglisi, non chiedevo cosa fosse successo,non ce n’era bisogno,ascoltavo i tg,
vedevo la tristezza negli occhi dei miei genitori, delle mie sorelle, in realtà negli occhi di tutti e sapevo quello che non volevo essere, non volevo piegare la testa,
non volevo asservirmi a questi delinquenti, che nel 1992 hanno utilizzato il tritolo, ma che in un crescendo di delinquenza hanno utilizzato acido sui bambini
(quando la mafia degli uomini d’onore aveva come codice di non toccare donne e bambini) e altri atti terroristici e delinquenziali, perché la Bestia aveva trovato qualcuno che era riuscita a ferirla,
a dimostrare alle persone che non era invincibile, ha permesso di abbassare un po’ il velo dagli occhi delle persone e allora tanta gente da lì in poi ha preso coscienza,
si è munita di un cucchiaino ed ha cominciato a svuotare il Mediterraneo. Ma siamo sempre non abbastanza, adesso la Bestia non usa più il tritolo, ha capito che potrebbe essere la sua fine.
Ha cambiato rotta, ha indossato i colletti bianchi, non usa più la pistola, ma il microfono, il suo palcoscenico non è più l’autostrada, è il palco di un comizio e ti lambisce.
Ti promette, ti rassicura, ti rabbonisce, facendoti credere che l’asino vola, che ti infilza sul tuo nervo scoperto e ti dice cosa vuoi che ti venga detto, anche se il più delle volte alle parole non seguono mai i fatti.
Ti promettono soldi, lavoro, che tutto cambierà, ma in realtà niente cambia.
Dal 1992 al 2008 ho cercato di fare la mia parte, ho preso anch’io un cucchiaino, ho cercato di combattere tutti quegli atteggiamenti ascrivibili alla mafia,
la Prepotenza, l’Arroganza, il Viscidume, ma purtroppo tali atteggiamenti riconducibili alla Bestia, erano troppo radicati.
Mi sono rimboccata le maniche, con le lacrime agli occhi ed il cuore mesto, ho preparato le valigie, “una noce sola in un sacco un scrusci” (non fa rumore). dovevo pensare al mio futuro.
Potevo restare e continuare con il mio cucchiaino, ma mi sono arresa, egoisticamente ho lasciato il cucchiaino per cercare di trovare un posto dove magari potevo trovare più senso civico,
ma soprattutto un diritto di ogni uomo, il Lavoro onesto! Perdonami Falcone, perdonami mamma Sicilia… mi sono arresa… ma ho promesso a me stessa che non abbasserò mai la testa,
e quel cucchiaino l’ho sempre con me e lo utilizzerò quando vedrò usurpati i miei diritti, quando con violenza mi si vorrà togliere la parola,
sì perché cari miei perbenisti del cazzo, ogni volta che mi impedirete di esprimere il mio pensiero, vi arrogate il diritto di togliermi la parola, sappiate che vi state comportando come vuole la Bestia.
Non occorre uccidere un uomo per essere mafiosi, basta negargli un diritto per esserlo.

©Giovanna Cusimano

L’immagine è stata reperita da Google

C’è un paio di scarpette rosse n 24

C'è un paio di scarpette rosse n 24
C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”.
C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantile
a Buckenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’ eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.
C’è un paio di scarpette rosse
a Buckenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.
-Joice Lussu-
Fonte: web

Superai la lezione per tre volte- Liliana Segre

Superai la lezione per tre volte-  Liliana Segre
“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili.
Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista.
Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare.
Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata.
Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere.
Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro.
Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza.
Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno.
Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere.
Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico.
Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro.
Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti.
Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva!
Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine.
Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni.
Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio.
Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione.
Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo.
Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci.
Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio.
Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere.
Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio.
Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me.
Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci.
Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo.
Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano.
Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Tratto da “Fino a quando la mia stella brillerà”

Liliana Segre

Fonte: web

La gattina che torna a casa dopo 62 giorni e 300 chilometri

La gattina che torna a casa dopo 62 giorni e 300 chilometri
Una bella storia degna di un film, con tanto di lieto fine.
Nello scorso mese di novembre i coniugi Jacob e Bonnie Richter, residenti in Florida, si erano recati a Daytona Beach per trascorrere qualche giorno di vacanza.
Insieme a loro anche Holly, l’amata gattina di 4 anni. Una notte però, Holly, forse spaventata dai fuochi d’artificio sparati sulla spiaggia, è scomparsa.
Per giorni la coppia l’ha cercata, fino a quando i due, mestamente, si sono rassegnati ad aver perso la loro piccola amica a 4 zampe.
E invece no. Holly : è tornato a West Palm Beach dopo ben 62 giorni, compiendo un viaggio di oltre 300 chilometri.
Hollie non batterà il record come il micio Vaino che, quattro anni fa, in Finlandia, tornò a casa percorrendo ben 800 chilometri.
La piccola Holly è stata ritrovata sabato scorso, sfinita e ridotta a pelle e ossa, nel giardino di un vicino di casa della famiglia Richter.
Barb Mazzola ha portato Holly presso un veterinario nella zona che, grazie al chip della gattina, è riuscita a risalire ai suoi padroni.
L’uomo ha raccontato: “Riusciva a malapena a camminare; non era più in grado di fare nemmeno un ‘miao’”.
Secondo quanto raccontato dalla Cnn, invece, Jacob e Bonnie sono scoppiati in lacrime quando hanno appreso del ritorno della loro Holly.
Forse resterò per sempre un mistero il come la gattina abbia fatto a ritrovare la via di casa.
Probabilmente la ragione è da ricercarsi nella ricerca olfattiva, ma anche in precisi riferimenti geografici che guida cani e gatti verso gli odori familiari.
Non è certo la prima volta che episodi del genere vengono raccontati.
Tanti sono i cani e i gatti che sono ritornati a casa dopo aver percorso centinaia di chilometri senza conoscere affatto i luoghi dai quali provenivano.
La scienza, a tutt’oggi, ancora non è riuscita a dare una spiegazione esauriente di tali fenomeni.
Fonte: web

Dedicata a tutti gli idioti della vostra vita

Dedicata a tutti gli idioti della vostra vita

“Quando Gandhi studiava giurisprudenza all’Università di Londra aveva un professore, Peters, che non lo sopportava.
Gandhi, però, non era tipo da lasciarsi intimidire.
Un giorno il professore stava mangiando nel refettorio e Gandhi gli si sedette accanto.
Il professore disse: –Signor Gandhi, lei sa che un maiale e un uccello non possono mangiare insieme?– Ok Prof, sto volando via…rispose Gandhi, che andò a sedersi a un altro tavolo.
Il professore, profondamente infastidito, decise di vendicarsi al successivo esame, ma Gandhi rispose brillantemente a tutte le domande.
Allora decise di fargli la domanda seguente: – Signor Gandhi, immagini di stare per strada e di notare una borsa; la apre e vi trova la saggezza e molto denaro.
Quale delle due cose tiene per sé?– Certamente il denaro, Prof. –Ah, io invece al posto suo avrei scelto la saggezza. “Lei ha ragione Prof, in fondo, ciascuno sceglie quello che NON ha!
Il professore, furioso, scrisse sul libretto la parola IDIOTA e glielo restituì.
Gandhi lesse il risultato della prova e tornò subito indietro. “Professore, Lei ha firmato l’esame ma si è dimenticato di mettere il voto” !

Dedicata a tutti gli idioti della vostra vita

Fonte: web

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